Sta facendo il giro del web la lettera scritta al ministro Tremonti da Mila
Spicola, professoressa di una scuola media di Palermo. Una dura accusa sulle
proibitive condizioni in cui un insegnante è costretto a lavorare ogni
giorno. In una scuola dove “non c’è carta igienica per i ragazzi, sapone nei
bagni” e il riscaldamento è a singhiozzo. Dove non ci sono più insegnanti di
sostegno per gli alunni disabili. “Molti sanno che lei ha tolto ben 8
miliardi all’istruzione pubblica”, scrive Mila al ministro dell’Economia.
Perché gli sprechi andavano tagliati. Ma è stato considerato spreco
“recuperare i bambini con difficoltà, e quindi via le compresenze, oppure
studiare l’italiano, quindi via due ore”. Ai tagli fatti “con la furia di un
boscaiolo cieco che ha distrutto chiome sane”, Mila non ci sta. C’è la
crisi, ma la soluzione non può essere “ammassare più alunni di quanti
un’aula può contenerne, visto che questo vuol dire violare la legge”. Perché
invece non destinare alla scuola pubblica parte dei 25 miliardi assegnati
alle spese militari? Questa una delle proposte con cui Mila conclude la
lettera, che pubblichiamo integralmente.
Ministro Tremonti,
lei mi obbliga a violare la legge. Mi piacerebbe incontrarla per dirglielo
guardandola negli occhi. Lei sta obbligando la maggioranza dei docenti
italiani a violare la legge. È esattamente quello che accade in moltissime
scuole italiane. Cosa significa infatti ammassare più alunni di quanti
un’aula può contenerne, se non violare la legge? Sono ben tre le norme
violate: la normativa antincendio, quella per la sicurezza negli edifici
scolastici e quella igienico sanitaria. Molti sanno che lei ha tolto ben 8
miliardi all’istruzione pubblica. “C’erano tanti sprechi e siamo in tempi di
crisi, bisogna razionalizzare”, saggia e incontrovertibile affermazione.
Così ha giustificato la cosa. Di contro, però, le spese militari ricevono 25
miliardi di euro e leggo in questi giorni di un bonus di 19 mila euro a
classe per le scuole private e leggo anche di un aumento di circa 200 euro
mensili per i colleghi di religione, buon per loro, non sia mai, ma allora
non bloccassero i nostri per i prossimi secoli.
Mettiamoci d’accordo. C’è la crisi o no? Un giorno c’è, un giorno non c’è,
un giorno è un “anatema psicologico delle sinistre” e l’altro giorno
“dobbiamo fare sacrifici”. Ma non tutti, attenzione: gli statali. Io mi sono
arrovellata nel tentativo di capire dove fossero quegli sprechi quando,
nell’agosto 2008, ho saputo degli 8 miliardi da togliere alla scuola
pubblica. Ma lei ha fugato i miei dubbi: lo spreco era studiare l’italiano,
e quindi via due ore. Lo spreco era studiare la tecnologia moderna e quindi
via un’ora. Questo alle medie. Escano prima i ragazzi: così hanno tempo per
riflettere. Lo ha detto il ministro Gelmini. Lo spreco era recuperare i
bambini con difficoltà (cosa frequentissima nei contesti dove vivo e ho
scelto di insegnare io, e cioè nelle periferie), e quindi via le compresenze
in talune ore di due maestri nelle elementari: a questo servivano, caro
ministro. Il tutto eseguito con la furia di un boscaiolo cieco che ha
distrutto chiome sane, piante rigogliose e qualche ramo secco, ma troppo
pochi, in cambio della distruzione della nostra foresta amazzonica: il
polmone del nostro futuro. Quelle due ore d’italiano e le compresenze
servivano anche a coprire le assenze dei colleghi senza ricorrere a
supplenze esterne. Inoltre: aumentiamo i ragazzi per classe: fino a 30,
33..ma sì. Realizziamo un bel parcheggio per ragazzi, non una scuola
certamente. Del resto sono altre le fonti vere della formazione: la vita, la
strada, la televisione, il computer. Per chi vuole studiare veramente ci
sono le scuole private. Studiare cosa e come poi è da vedere.
C’è un piccolo particolare: tutto ciò è anticostituzionale. La Costituzione
riconosce alla scuola pubblica, statale, italiana il compito di formare e
istruire gli italiani. Le private? Una scelta possibile, non obbligata. Non
era un paradiso la scuola pubblica, prima di Tremonti, ma i problemi erano
altri, non certo questi.
Torniamo alle sue motivazioni: la gestione dei singoli istituti, troppi
soldi, troppi. E quindi tagli anche a quella. “Facessero una colletta i
genitori, e che sarà mai qualche centinaio di euro”. Alla voce vedi sopra.
“Qualche centinaio di euro è nulla”, ma non c’era la crisi? Nella mia
regione, in Sicilia, quel centinaio di euro serve per andare avanti. E
dunque i tagli: nella scuola dove insegno io, una normale scuola media della
periferia palermitana, ma potremmo generalizzare a tutte le scuole medie
d’Italia, siamo quasi alla paralisi. Avete compiuto il miracolo: unire di
colpo nord e sud nella omologazione verso il peggio. Dico quasi, perché poi,
incredibilmente, docenti e dirigenti sono diventati bravi a fare i salti
mortali e le capriole all’indietro. E forse questo lei lo sapeva: qual è
l’unica classe di lavoratori in Italia che, nonostante tutto, continua a
lavorare? La nostra. Nel senso che lei aveva ragione e che quindi,
nonostante i tagli , riusciamo ad andare avanti? No: nel senso che per noi
quelli che non devono subire le ricadute gravissime della sua scelta
scellerata, ripeto, scellerata, non devono essere i ragazzi: e dunque si
alza la saracinesca comunque e si fa l’appello tutte le mattine.
Però sa cosa c’è? C’è che abbiamo anche sopportato e stiamo sopportando
molto, ma l’illegalità di stato dentro una scuola no. Io non la sopporto e
la denuncio. Tagliare completamente i fondi di gestione delle scuole ha
comportato l’impossibilità di chiamare supplenti per coprire le assenze,
adesso che non ci sono più quelle due ore che servivano a coprirle. E dunque
le classi si dividono in altre classi. Giornalmente. I ragazzini si prendono
la loro sedia e vagano nei corridoi in cerca di spazio. Perdendo ore di
lezione. E allora: posso sopportare di lavorare meno, posso sopportare di
farlo in una scuola ammuffita, con l’acqua che filtra, senza vetri (lei mi
dirà : si rivolga all’amministrazione comunale), posso sopportare di non
avere carta igienica per i ragazzi, sapone nei bagni, riscaldamenti a
singhiozzo. In una mia classe di prima media ho 23 bambini, 4 di loro con
gravissimi disagi sociali e disturbi comportamentali (sono figli di
carcerati) , due con problemi di apprendimento e uno disabile grave. Io
insegno arte: nelle mie ore non ho insegnante di sostegno, perché sono state
tagliate le ore del sostegno, come tanti sanno.
E allora mi dica lei qual è il diritto all’istruzione negata del mio alunno
disabile? Qual è il diritto all’attenzione precipua negata ai 4 bimbi con
problemi sociali? E ai due che non riescono a leggere senza distrarsi? E’
una scuola di periferia, se non li aiuto io chi li aiuta? E il resto dei
compagni? Non hanno diritto alla “normalità”? E poi viene la ministra
Gelmini a parlar male dei docenti del sud, di come i nostri alunni sono in
fondo alle classifiche delle prove di merito: ma in queste condizioni cosa
vi aspettate? È già un miracolo se abbiamo le sedie nella mia scuola.
L’inverno lo abbiamo trascorso con mussa e infissi rotti. “Si rivolga al
Comune” dirà lei. Il suo sindaco di centrodestra ha tagliato anche lui tutti
i finanziamenti alle scuole: sia per il funzionamento ordinario, sia per le
manutenzioni. Non ci resta che Santa Rosalia. E in effetti… manco la
Chiesa ci appoggia, noi sciagurati delle periferie, intenta com’è a
salvaguardare le scuole private. Lei lo chiama razionamento e si riempie la
bocca di frasi assurde sul come l’Italia stia reggendo la crisi. Mi scusi:
ma che cavolo sta dicendo? Lo deve dire lei, una statistica o io? Ho 253
alunni, 253 famiglie cioè: un bel campione di famiglie di periferia, come ce
ne sono a migliaia nella corona delle città. Forse ne so parlare meglio di
lei degli effetti della crisi, sig. Ministro: niente fumo negli occhi ahimè.
Perché nemmeno il contributo di 15 euro annui riescono più a pagare. Lo
stato vissuto nelle classi italiane è disastroso. Io la chiamo illegalità.
Io non posso adeguarmi. Non per me stessa, che alla fine noi docenti ci
abituiamo a tutto, ma per loro. Non posso più tollerare che quei ragazzi
siano il bersaglio vero delle nostre scelte. È questa l’illegalità Egregio
ministro. L’illegalità e il non rispetto della legge no. A Palermo no. Non
in quel quartiere: la scuola non può tollerarlo perché è l’unico baluardo
dello Stato. Porti solo la sua firma questo scempio: io non voglio
rendermene complice. E non mi dica che sto facendo politica e un insegnante
non può farla. Io ne ho più diritto di lei, che sia chiaro: io formo i
cittadini di domani. Non lei. Lei passerà, per fortuna, ma i docenti
italiani ci saranno sempre a insegnare cosa voglia dire rispettare le
regole, rispettare la legge, cosa significhino parole come “comunità”, come
“solidarietà”, come “eguaglianza”, come “fraternità”.
Questa è politica, caro Tremonti, ed è il senso del mio mestiere. Glielo
insegno di più io, non di certo tu che gli togli maestri, risorse e ruolo
sociale. Da qualche mese mi rifiuto di accogliere ragazzi provenienti da
classi divise oltre il numero consentito. E lo farò anche a fronte di ordini
di servizio scritti. Venga qualcuno a obbligarmi. Venga pure. Io mi rifiuto.
Il mio Dirigente mi dirà: dove li metto allora? Io la rivolgo a Lei questa
domanda: dove li mettiamo? La rivolgo ai suoi elettori, che sono anche
genitori: dove volete che li mettiamo i vostri figli?
Di quei 25 miliardi alle spese militari destini nuovamente alla scuola
pubblica gli 8 miliardi tolti. Oppure assegni i proventi del lotto per un
anno alla messa in sicurezza degli edifici scolastici: sono questi per me i
monumenti culturali dell’Italia che amo. La smetta di giocare con la vita e
con l’istruzione dei nostri figli. Anzi, le dico di più, se posso: se ne
vergogni.
Mila Spicola, professoressa
Melegnano, una mattina di giugno del 2010, un po’ prima della “manovra”
Sono qui che lavoro. Dalla stanza di fianco sento una voce:
“Ho sceso dandoti il braccio, almeno un milione di scale”.
E’ un verso di una bellissima poesia di Montale.
Sono gli studenti di quinta che si preparano all’esame di stato.
Sono tanti, sono studenti e studiano.
In un’altra stanza si vedono libri d’altro genere (economia, diritto, storia contemporanea). Sono altri studenti: sono gli universitari, che studiano in vista della sessione di esami di luglio. Studiano, nonostante tutto.
Ogni tanto si va su internet, si beve un caffè, si fuma una sigaretta (ebbene, sì).
Alcuni si preparano i panini a casa e mangiano qui.
Sono qui dalle 9.00, spesso fino alle 24.00.
Arrivano con gli zaini a piedi, con le biciclette, con i motorini, tantissima buona volontà, voglia di concentrarsi e di stare “insieme”.
A volte entra qualche genitore ed esclama “cavoli ma studiano come matti!!”
Nonostante tutto, crediamo ancora che studiare abbia senso, che essere preparati abbia senso, che sottoporsi a delle prove per verificarci abbia senso, che “recuperare” quello che non sappiamo abbia senso.
Non riusciamo a capire come si possa risollevare l’economia di uno Stato, affondando la scuola pubblica e calpestando i diritti dei più giovani.
Ma noi andiamo avanti ugualmente a studiare e a prepararci per affrontare in modo consapevole il nostro cammino.
buona giornata
Commento di franz — 18 giugno 2010 @ 11:21
Da un editoriale di Gianni Riotta su”Il sole 24 ore”, spunti di riflessione con Franz
“Quando noi figli del baby boom eravamo sui banchi di scuola, due erano le lezioni da imparare, accanto a radici quadrate, il reale razionale di Hegel e i versi di Eschilo. Che i nostri genitori avevano sofferto sotto dittatura e guerra e che mai più l’Apocalisse sarebbe tornata sul vecchio continente, la prima. La seconda che l’Europa sarebbe stata ogni anno più integrata, ricca e pacifica. Democrazia e benessere erano il karma e i cupi titoli dal resto del mondo non scuotevano le certezze europee.
Non le guerre lontane che gli alleati e protettori americani si ostinavano a combattere, non la sorda Guerra Fredda che opponeva Washington a Mosca, non le dittature dal Brasile all’impero russo. La bonaria Europa occidentale riteneva esorcizzata la lunga guerra civile 1914-1945, malgrado il terrorismo che insanguinò Italia, Germania e Gran Bretagna. Fabbriche al lavoro, università impegnate, club vacanze pieni, sicurezza sociale, asili stracolmi, mutua per tutti, pensione in un’età in cui ci si godeva ancora la vita, premi a scrittori e registi corrucciati ai festival, per opere-denuncia sull’alienazione di un continente che viveva invece sereno nel pianeta grande e terribile.
(…)
Il mantra Zen della nostra infanzia è ora rotto. Prima lo capiremo più risparmieremo, a noi, figli e nipoti, frustrazioni e sofferenza. Il dibattito frenetico di cui andate leggendo dopo la crisi greca, la discesa dell’euro, la deplorevole inanità dei leader Ue, le manovre fiscali di cui ogni paese va facendo – tardiva – professione, i titoli xenofobi della stampa popolare tedesca, vedi Bild Zeitung, nascondono una verità semplice ma dura da accettare. Abbiamo vissuto, dal 1945 all’euro, con un tenore e ritmi di vita e lavoro che mondo globale, invecchiamento della popolazione, nuove produzioni, non ci permetteranno più.
(…)
È questa, oggi, la crisi dell’Europa, una crisi di anima, di coraggio morale. Nel suo capolavoro, La crisi delle scienze europee, il filosofo Edmund Husserl provò che – tra le due guerre – il vero deficit scientifico del continente fu la crisi dell’«umanità europea», il fallimento nel trovare ragione e compassione comuni. Con l’euro, il successo maggiore degli anni dell’Unione è stato il programma di scambi universitari Erasmus, che ha forgiato la prima generazione davvero “europea”. È la generazione che, se ancora ha voglia di Europa, deve saper trovare idee e leader per uscire insieme dalla crisi.
Il resto sarà difficile, ma anche obbligato e non impossibile, a partire dalla manovra dei 24 miliardi in casa nostra. Certo che i tagli occorrono, ma è evidente che non bastano. Certo che il rigore è indispensabile, ma sicuro che è solo il primo, tardivo, passo. Acclarato da tutti gli osservatori equanimi che le riforme di struttura, trascurate negli anni “buoni”, vanno ora concordate (e, senza polemica, nella manovra, pur utile e urgente, si intravedono per ora solo germogli, che se non coltivati in fretta rischiano al primo acquazzone d’estate).
Non è tempo per disperare. L’Ocse prevede una situazione «moderatamente incoraggiante». E parecchi fondamentali italiani – risparmio, banche, famiglie, manifattura specie con l’euro meno agli steroidi – sono solidi. Ma l’Europa deve avere coraggio, e l’Italia molto coraggio e grande solidarietà civile e politica: non le solite liti, i soliti slogan, la solita frusta mancanza di responsabilità. (…)
L’Europa felice dei nostri banchi di scuola non esiste più. Ha bisogno di ideali, leader e capacità di essere di nuovo ottimista e solidale(…), di rimboccarsi le maniche, consapevole che i privilegi del passato son perduti. Il conto alla rovescia per evitare di perdere dieci anni è cominciato, e non si fermerà. La scommessa è semplice: le generazioni europee da qui al 2050 avranno la nostra fortuna e il nostro benessere? Ai ritmi di oggi no. Non si tratta di un arcano algoritmo sul Pil, ma del destino dei nostri figli.
«Il Sole 24 Ore» del 30 maggio 2010
Commento di imagine — 19 giugno 2010 @ 22:17
“Il mondo va avanti solo grazie al respiro dei bambini che studiano” (Talmud)
Commento di ghost writer — 20 giugno 2010 @ 07:25