Fra coloro che ieri davanti alla tv imputavano a Marcello Lippi di aver assemblato la sua mestissima Nazionale privilegiando i sudditi ai condottieri c’erano molti italiani che nella vita di tutti i giorni purtroppo si comportano allo stesso modo.
Dirigenti d’azienda, titolari di negozi e responsabili di «risorse umane» che sul lavoro privilegiano la fedeltà al talento, l’affidabilità all’estro e il passo del pedone alla mossa del cavallo. Intervistati, risponderebbero anche loro come Lippi: «Non abbiamo lasciato a casa nessun fenomeno». Ma è una bugia autoassolutoria che accomuna quasi tutti coloro che in Italia gestiscono uno spicchio di potere e lo usano per segare qualsiasi albero possa fargli ombra: è così rassicurante passeggiare splendidi e solitari in mezzo ai cespugli, lodandone l’ordine perfetto e la silente graziosità.
L’abbattimento di ogni personalità dissonante viene chiamato «spirito di squadra».Maè zerbinocrazia. Tutti proni al servizio del capo, è così che si vince. Eppure la storia insegna che il capo viene tradito dai mediocri, mai dai talenti. I quali sono più difficili da gestire, ma se motivati nel modo giusto, metteranno a disposizione del leader la propria energia. La Nazionale di Lippi assomiglia alla Nazione non perché è vecchia, ma perché privilegia, appunto, i mediocri. Averli avuti ieri in panchina, certi vecchi! Contro i goffi neozelandesi sarebbe servito più un quarto d’ora di Totti o di Del Piero che una vita intera di Iaquinta, Pepe e Di Natale, tre bravi figli che, con tutto il rispetto, se hanno giocato anni e anni nell’Udinese, una ragione ci dovrà pur essere. I pochi campioni veri, da Buffon a Pirlo, sono zoppi. Oppure vecchie glorie che si rifiutano di andare in pensione, come l’imbarazzante Cannavaro che ha più o meno l’età di Altafini e forse avrebbe fatto meglio a presentarsi in Sudafrica anche lui nelle vesti di commentatore.
C’è, naturalmente, anche la questione dei giovani. La follia antistorica di questa Nazionale e di questa Nazione non consiste tanto nel continuare a lasciar fuori i Cassano, ma i Balotelli. Non i talenti troppo a lungo incompresi o compresi solo a metà, ma quelli ancora acerbi che chiedono solo un’occasione per sfondare e, non ricevendola, spesso emigrano in cerca di fortuna. Balotelli è il loro simbolo e non solo per via del colore della pelle, che ne fa l’italiano di domani. Lo è perché a vent’anni ha già vinto Champions e scudetti, e ha un fisico e un talento che ne fanno un predestinato, imparagonabile agli smunti replicanti dell’attacco azzurro. Eppure per lui non si è trovato un posto neppure nel retrobottega. Mi rifiuto di credere che un capufficio dell’esperienza di Lippi non sappia riconoscere la differenza fra un fuoriclasse potenziale come Balotelli e i bravi mestieranti che si è portato appresso. Ma il successo rende sordi al buonsenso. Ci si illude di poter vincere meglio da soli, muovendo pedine inerti sulla scacchiera. Poi quelle pedine si rivelano di burro e alla fine ci si ritrova soli, con un po’ di unto fra le dita.
Non capisco dove si voglia andare, in differenti argomenti di discussione del blog (il panorama mi sembra sempre lo stesso).
A parte la lagna
A parte certi “urti” generazionali
A parte – ed è quel che mi spaventa – il pericolo di luoghi comuni
A parte ottime intuizioni (come quella riflessione su Lippi & C. di oggi) nella quale però trovo che ciascuno si può rispecchiare come “vittima” (ma vittime non si può essere tutti, il carnefice è forse andato al ballo di Cenerentola???)
E quindi? Stai a vedere, Franz, che il Lippi di turno tanto ti frega lo stesso (caso 1) e poi c’è sempre chi opporrà che il talento non è tuo ma è di altri (caso 2) e che il mediocre-appoggiatodalLippiditurno guadagna/difende comunque più terreno del Cassano o Balottelli lasciati a casa (caso 3) (“tanto avevano da studiare ancora per gli esami”… – voglio dire, scuse ne troveranno sempre)
Ripeto: e quindi? che proponi tu? perché quando “ti leggo” io più che intristirmi, più che dispiacermi dell’eventuale pessimismo dei più giovani (mi riferisco ai post 25-28 in “libertà di pensiero” in qs blog), mi inc… davvero (non con te, ovviamente, ma rispetto a quello che segnali)!!! Ma insomma, resterebbe tutto così? Che famo, ci diciamo nel blog tra noi e noi queste cose…e poi? la tua vita quotidiana (come la mia), che fine fa? Ce la rimeniamo con belle letture??? Tiriamo fuori fazzoletti? Una sigaretta consolatoria? Stiamo lì a osservare lo sfacelo che altri (i presunti mediocri) combinano o come sguazzano tutelati da…?
Insomma, tu che faresti, che proporresti, che via indicheresti? La mia sana obiezione è che poi quando ci si trova a tiro di ingiustizie palesi che si vedono, in realtà si rimanga in un fantastico silenzio…
PS: siccome io rientrerei (a proposito di luoghi comuni) nella categoria dei sempre-ottimisti, ci tengo a precisare che potrei sciorinare una teoria piuttosto carnosa di casi assolutamente non luminosi che mi capitano (e sono capitati). Traduco: gli ottimisti non è che sono quelli cui va tutto bene e sorridono “alla Silvio” e hanno la mortadella sugli occhi tale da non vedere (anzi). Sono quelli cui piace vedere dove sta la strada di uscita, cercarla e, soprattutto, percorrerla, guardando avanti e non indietro.
PS (2): a proposito dello scambio post con ghost writer (che p…e questi anonimi): toni un po’ aspri, i tuoi, Franz, nessuno in questo blog mi sembra abbia in mente di offendere. Mi sento di dirti, che sei tra “gli autori” più cercati e aspettati. Sì, questo è il termine giusto, quasi ti si aspetta. Non male, è una bella cosa. Ricordatene.
Commento di seba — 24 giugno 2010 @ 01:09
Non di anonimo trattasi, ma di nickname, modalità diffusa in internet, esattamente come quella di franz
Commento di ghost writer — 24 giugno 2010 @ 22:15
Veramente trattasi di nickname? Oh, che sbadata: pensavo che Franz, Ghost Writer, Imagine, A volte ritornano, Bernie, fossero nomi e/o cognomi di queste parti.
Grazie, di avermi detto che è modalità di Internet, non me ne ero accorta…
(comunque: primo, il “che p… questi anonimi” non era riferito a G.W. in particolare; secondo, intendeva solo significare che sarebbe bello – su questioni interessanti – guardarsi in faccia e sapere chi si ha come interlocutore)
Lugete, o Veneres Cupidinesque,
et quantum est hominum venustiorum, vi saluto, mi aspetta la famiglia (sono in servizio ancora, ovviamente)
Commento di seba — 24 giugno 2010 @ 23:00
Nessuno dubitava che seba se ne fosse accorta, nè tantomeno che non fosse a conoscenza dell’utilizzo di nicknames in rete.
Per amore di chiarezza, nickname è soprannome, quindi nome in più, non “anonimo, cioè senza nome”.
Non importa con chi si parla, ma con chi si scambiano idee. Anzi, a volte, non sapere chi scrive ci rende più liberi da “pre-giudizi”, in cui molto spesso tutti noi incorriamo.
Commento di ghost writer — 25 giugno 2010 @ 18:16
Sono d’accordo con ghost writer. Non vedo niente di inquietante nel nickname, che trovo, anzi, molto letterario. Comunque l’Italia è fuori dal mondiale cicca cicca bum
Commento di franz — 25 giugno 2010 @ 20:04
“IL PESO DI PALLE E TACCHETTI SULLA CRISI”
RICORDANDO LE RELAZIONI: GUADAGNI (DICHIARATI) –> IMPOSIZIONE FISCALE –> ENTRATE PUBBLICHE –> INVESTIMENTI PUBBLICI –> BENESSERE ECONOMICO E SOCIALE (che meraviglia se il processo fosse realmente così lineare!), VI GIRO UN ARTICOLO CHE RIPORTA ALCUNI NUMERI DELLA SCONFITTA:
Quei tre gol slovacchi che costano 50 milioni di euro
di Flavio Suardi – IL SOLE 24 ORE 25 giugno 2010
In fumo se ne vanno circa 50 milioni. Al rammarico per la prematura uscita degli azzurri dal Mondiale si aggiungono per l’Italia notizie dolorose anche dal punto di vista finanziario. Una disfatta, quella azzurra, che costerà alle casse federali dai 5 ai 21 milioni di dollari solo di premi Fifa e una trentina di milioni di minori introiti tra sponsor e fornitori.
Capitolo premi. Il budget che la Federazione ha messo a disposizione per Sudafrica 2010 è di 240 milioni di dollari (supera del 60% i 96 milioni stanziati per Germania 2006). Ad ogni squadra partecipante al Mondiale, la Fifa ha infatti garantito un milione di dollari a titolo di rimborso degli oneri di preparazione. Al termine delle tre partite della prima fase, ogni team incassa 8 milioni di dollari aggiuntivi, a prescindere dal passaggio del turno.
L’Italia torna dunque a casa con 9 milioni di dollari in tasca nonostante la pessima prova nel girone eliminatorio: la stessa consolazione della Corea del Nord, eliminata dopo lo 0-7 subito dal Portogallo. Per chi continua l’avventura Mondiale, il montepremi della Fifa prevede altri scaglioni: il superamento dei quarti frutta cinque milioni a squadra; ne arrivano altri quattro a chi raggiungerà le semifinali, fino ai 30 milioni di dollari totali in caso di vittoria del titolo. Questo significa che l’Italia torna a casa per la prima volta nella storia di un Mondiale senza vincere una partita e con le casse che piangono.
Fra l’altro, la spedizione del 2010 era partita con un monte sponsorizzazioni che ha avuto l’effetto volano del titolo conquistato nel 2006. I marchi a sostegno degli azzurri nella spedizione sudafricana erano 27 e in totale hanno portato nelle casse federali 56 milioni di euro contro i circa 42 del quadriennio precedente. Discorso analogo per lo sponsor tecnico Puma, giunto al settimo anno di sponsorizzazione, che ha investito nell’avventura azzurra 15 milioni di euro all’anno per quattro anni, contro gli 11,5 annui del quadriennio precedente Germania 2006. Il totale parla di 116 milioni di euro accumulati dal 2007 al 2010, contro i circa 88 precedenti alla spedizione tedesca.
Questo per quanto concerne le cifre nude e crude. Però in un Mondiale, si sa, conta anche il modo con cui una Nazionale viene esclusa e questo può certamente influenzare anche il comportamento dei partner commerciali di chi viene prematuramente eliminato. Il vergognoso rientro della Francia dopo il girone eliminatorio è un esempio in questo senso lampante: Crédit Agricole ha annullato la campagna televisiva che vedeva protagonista i bleus e anche la società di fast-food Quick ha deciso d’interrompere la messa in onda di uno spot con Anelka, dopo l’allontanamento del giocatore del Chelsea in seguito agli insulti rivolti al tecnico Domenech.
Inoltre, alla ripresa degli allenamenti in vista dell’ultimo match contro i padroni di casa del Sudafrica, sulle magliette non compariva nessuno sponsor. Difficile prevedere quello che accadrà agli azzurri, visto che l’eliminazione dell’Italia, a livello d’immagine, non è nemmeno lontanamente paragonabile, almeno per il momento, a quella transalpina. Una fuga in massa degli sponsor non è ipotizzabile, ma un ridimensionamento è più che prevedibile. È probabile che le cifre delle sponsorizzazioni che accompagneranno l’Italia al Mondiale brasiliano del 2014 saranno più vicine a quelle pre 2006 piuttosto che a quelle che hanno sostenuto gli azzurri in Sudafrica. Un salasso di una cinquantina di milioni con i quali la Federazione dovrà fare i conti.
Commento di dreamer — 26 giugno 2010 @ 09:26